[i miei scritti] – Marzo, il mese dei ricordi (racconto breve)

marzoMarzo, il mese dei ricordi

“Marzo è il periodo di passaggio tra diverse stagioni. Marzo è il mese che vede il rinascere della timida speranza che il tutto si trasformerà nella luce, nonostante lo stordimento di un inverno cupo e freddo. Marzo segna anche la mia esistenza, in questo passaggio attraverso la tempesta, nel momento esatto in cui le cose covate nell’anima, in bilico precario tra il marcire nel gelo o il giungere a fioritura tra spicchi di sole, arrivano a drammatico compimento. (L. Lucciarini)

L’auto costeggia il viale di alti alberi. Le villette, tutte in fila ordinata di fronte al mare, hanno ancora il prato incolto e le finestre chiuse. Tra qualche mese qui ci sarà il solito viavai di famiglie in vacanza e di giovani villeggianti.

Ora è ancora tutto in quella stagione ovattata di letargo, con l’inverno che ha appena voltato le spalle ma la primavera ancora silente e assonnata, che sembra non decidersi ad arrivare mai.

Comunque, in questa calma immobile tutto è già pronto per divenire ciò che è sempre stato nella stagione estiva: un luogo di divertimento, felicità, relax, gioia. E tutto questo è sotto lo strato di polvere delle case, sotto le foglie marce dei giardini, pronto ad esplodere appena il sole sarà più caldo e trapasserà con la sua luce il freddo. Tutto di questo luogo riprenderà a fiorire, a colorarsi, a offrire felicità.

La stessa felicità che, anno dopo anno, ha offerto a noi. Questa casa, dalla porta cigolante che apro con solennità e rispetto, ci ha accolto per generazioni intere, tramandando estate dopo estate biciclette arrugginite, pinne macchiate dalla salsedine e canotti da gonfiare per una nuova imbarcata tra le onde.

Tutta la mia famiglia è cresciuta qui e tra queste mura ha trascorso belle estati di sole. Qui ti ho conosciuto, qui ci siamo innamorati, qui abbiamo portato i nostri figli in vacanza, per decenni interi, finché ognuno di loro poi è andato per la sua strada. E così siamo rimasti io e te a tornare qui, in questa casa che parla di noi.

Oltrepasso la soglia e sono già dentro un mare di ricordi. Ne respiro la consistenza, lascio fluire le sensazioni che tutto questo mi dà e ne vengo travolta: un abbraccio agrodolce che però si stempera verso la fine, quando riapro i miei occhi lucidi di lacrime, e una folata di aria calda e gentile m’investe timida.

Prendo in mano la cornice con la foto di noi e dei nostri figli. Avresti potuto continuare a starmi accanto, amore mio, ancora per molto. So che l’avresti voluto con fermezza, ma purtroppo la vita dispone per noi le cose più importanti.

Non si scende a patti con la malattia e con la morte.

E benché tu l’abbia affrontata con coraggio e con tenacia, ne sei uscito sconfitto.

E benché io mi sia aggrappata ad ogni speranza per un futuro ancora insieme, mi ritrovo a girare da sola in queste stanze, che ora sembrano così vuote, così silenziose, così grande in un’assenza che si espande.

La scorsa estate è stata l’ultima trascorsa insieme, quando ancora la malattia non ti aveva aggredito e ridotto a brandelli. Tornare qui oggi, dopo questi mesi di angoscia e dolore, di sofferenza e disperazione non è così terribile come immaginavo. Sono venuta per chiudere i conti con il fato, il destino, con questa intera esistenza ma certo non mi aspettavo che tutta la rabbia che ho dentro si trasformasse in una rassegnazione silenziosa.

Entro in camera da letto e ritrovare la tua Settimana enigmistica sul comodino mi dà una sensazione di quotidianità inaspettata. E poi vengo investita dalla consapevolezza: tutto è cambiato.

Lentamente impacchetto le tue cose nel baule che ho lasciato in soggiorno e quando cala la sera mangio velocemente qualcosa per poi mettermi a dormire. Domani mio figlio verrà a riprendermi per riportarmi in città e la casa verrà venduta a breve.

Ecco perché sono qui, per svuotarla e renderla abitabile per altri. Nient’altro.

Durante la notte però strani sogni s’affollano nel mio riposo, puzzle di ricordi sbiaditi.

Io sulla spiaggia a raccoglier conchiglie. Mio nonno che prepara la limonata fresca per noi nipoti. Tu e il primo bacio sotto l’arco di buganvillea rossa, davanti alla porta di casa. Le serate con gli amici nella piazza del paese, brevi flash di serate in allegria dove ci bastava il niente per essere felici. Il ciuccio di mio figlio che cade e il nostro cane che se lo porta nella cuccia. Mia figlia che impara a nuotare grazie a te che le insegni con pazienza come fare. Le feste d’agosto, tra una grigliata e una torta alle fragole e quella volta che arrivasti a casa con i primi fichi della stagione e la pizza calda del forno annunciando che ormai l’estate era praticamente finita e ridendo ci mettemmo tutti a tavola a mangiare, brindando alla prossima stagione di sole.

Mi sveglio di soprassalto dopo le ultime immagini di un terremoto che mi fa precipitare in un buio polveroso e pieno di silenzio. Le mie mani grattano pareti umide e non afferrano niente. Sbatto le palpebre e mi ritrovo sul letto, con le dita rivolte verso la tua parte del letto, in cerca di te.

E prima ancora di capire il senso di tutto questo, lacrime calde mi bagnano il viso, inizio a singhiozzare forte.

Ho deciso di vendere questa casa appena dopo la tua morte. Una decisione di rabbia furiosa, dettata dalla desolazione che avevo attorno.

Nulla c’era più per me senza di te.

Nulla poteva più importarmi.

E invece, ora che sono qui, capisco lo sbaglio enorme che sto per compiere perché nulla è più importante senza te al mio fianco, amore mio, però i ricordi restano e tra queste mura ci sono tutti e le emozioni che li rendono vivi, colorati e che mi parlano di te.

Così me li tengo stretti e adesso che la rabbia ha lasciato il posto alla rassegnazione, riesco a farli tornare a galla con tutto l’affetto e la gioia in cui li ho vissuti. E questi tornano gentili e pieni, profumati e avvolgenti, esattamente come allora: belli, veri e so che non me li potrà portare via nessuno, neanche la morte.

Rimango alla finestra aperta ad ascoltare il rifrangere delle onde sulla spiaggia. Nella notte, il mare è solo un bagliore fugace del riflesso della luna tra i flutti.

Cullata dai ricordi, riesco quasi a percepire il calore della tua mano che stringe la mia, mentre in questo attimo di beatitudine la brezza notturna mi porta, in un bisbigliare sommesso e delicato, il suono della tua voce, Che fortuna averti incontrata Rosie, mia rosa tra le buganvillee… la stessa frase che mi dicesti la sera del nostro primo bacio, tanti anni fa.

Prendo il cellulare e compongo un breve sms diretto a mio figlio.

Chiama agenzia e disdici tutto. La casa la tengo. Non venirmi a prendere domani a pranzo. Resto qui per un po’. Baci. Mamma


©Loriana Lucciarini – questo racconto fa parte dell’antologia “Il 14 nel 15 – calendario mEEtalers 2015” fruibile gratuitamente on line qui

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