[racconti brevi] – Un caso d’arte per il Commissario Diamanti

Questo racconto partecipa al Decathlon letterario di mEEtale. Racconto breve genere: noir – tema: arte contemporanea.  I personaggi sono ispirati al lavoro di Jean Claude Izzo, nello specifico al romanzo “Marinai Perduti”. Scritto con l’ausilio della musica di Miles Davis “Ascenseur pour echafaud” [link ].

Potete leggerlo direttamente a questo link …


UN CASO D’ARTE PER IL COMMISSARIO DIAMANTI

Loriana Lucciarini

Il corpo giaceva a terra, le gambe divaricate, la testa voltata di lato, gli occhi aperti con l’espressione di solito ultimo stupore che ti dà la morte quando ti sorprende ancora vivo.

Il Commissario Diamanti arrivò poco prima dell’alba, chiamato dalla centrale. Le luci basse dei lampioni erano quasi un faro in quella nebbia di metà dicembre che avvolgeva tutto. Sutri, l’antica città etrusca della Tuscia quella notte aveva assistito ad un efferato delitto. L’uomo assassinato, era Giacomo Rovelli, noto proprietario di una galleria d’arte. L’omicidio sembrava riconducibile al furto di svariate tele, per una refurtiva da oltre un milione di euro. Attorno al cadavere del sessantenne padovano, i segni inequivocabili di una colluttazione.

Forse tutte quelle tracce sarebbero state latrici di importanti risposte e, una volta, per il Commissario Fabio Diamanti questo era parte del divertimento nella soluzione dei casi, ma da tempo l’uomo aveva perso la voglia di giocare. Il sorriso poi, quello gliel’aveva strappato la vita già parecchi anni prima, dopo la tragica morte della moglie in un incidente in montagna. Aveva ripreso il lavoro con la stessa dedizione, ma la sua vita aveva iniziato a precipitare lentamente. Andava alla deriva, un uomo spezzato, un gigante vuoto di quasi due metri, senza più anima né futuro. Colpa di quella tragedia, del gioco, del bere, della fuga di sua figlia Mara che, appena sedicenne, era finita in un giro di droga e che Diamanti non era riuscito a salvare: la donna ora viveva in una comune in Piemonte. Evento dopo evento, tutte queste cose erano diventate un peso che lo trascinava sempre più a fondo. Fabio Diamanti si portava dietro da anni i suoi silenzi, fatti di gesso e cemento; le sue notti opache di fumo e di dolore annacquato in pozze di liquore. A cinquant’anni andava avanti per inerzia e se ancora sopravviveva a se stesso era solo grazie al lavoro. Per quello aveva un intuito e un fiuto eccezionale, era un maledetto sbirro, un cane segugio della miglior specie.

Diamanti alzò il bavero della giacca e aspirò il fumo denso della sua Camel. Stette qualche minuto in silenzio, mentre la sua mente annotava ogni particolare della scena del crimine. Andiamo, si esortò in silenzio; tornò quindi in centrale e passò i giorni successivi sul caso.

Le indagini evidenziarono che il morto era uno famoso critico nonché il fondatore, assieme al suo socio Martin Lefevre, della galleria internazionale Art MomEnt, che aveva vari punti vendita in Europa, fra i quali la galleria di Sutri. Era sposato dal 2009 con Amantis Delacourt. Aveva scoperto l’artista romano esponente della Crack generation, Matteo Berni, autore di tele quali Gap e Underground, arrivate a quotazioni stellari nel giro di pochi mesi.

La vedova, ex modella francese, una bellezza mozzafiato avvolta da un abito di Valentino; durante l’interrogatorio dichiarò di avere un alibi. Quando andò via lasciò dietro di sé una scia di profumo e un vuoto di presenza che ancora anelava di lei. Il Commissario, dietro lo sguardo della donna, percepì una realtà fatta di frequentazioni del patinato mondo dell’alta borghesia, di segreti, ipocrisia, denaro e dissoluzione. Scavando a fondo scoprì disgustose verità, fra le quali che il matrimonio tra il gallerista e la modella era solo di facciata, perché l’uomo aveva preferenze omosessuali note in certi ambienti.

Il socio di Rovelli, Lefevre – un uomo indisponente e urticante nella sua supponenza – diede al Commissario notizie importanti. “Il vostro primo sospettato dovrebbe essere proprio Berni, uno squinternato fuori di testa che si faceva e si fa di acidi e crack. Viveva in una fabbrica abbandonata assieme ad altri reietti come lui. Giacomo lo aveva scoperto e portato alla ribalta nel mondo dell’arte contemporanea mondiale ma lui, nonostante l’indubbio talento, è rimasto un derelitto quale era prima del grande salto. Nonostante gli sforzi di Giacomo ha continuato a vivere di festini e crack. Ultimamente era fuori controllo e aveva minacciato più volte Rovelli di morte, accusandolo di aver trattenuto ingenti somme dei suoi diritti d’autore non pagati. E, anche se lui l’aveva rassicurato, Berni ha sempre continuato ad accusarlo. Indagate su di lui.”

Dunque Berni, il pittore lanciato da Rovelli, aveva in conto vendita nella galleria numerose tele, due delle quali trafugate. ragionò Diamanti, mentre scorreva l’inventario della galleria. Dell’artista infatti risultarono rubate le tele più quotate.

Infine, per concludere gli interrogatori arrivò il pittore Matteo Berni, questi confermò l’accusa verso la vittima di appropriazione indebita ma spostò i sospetti sulla vedova Rovelli. Berni era uno sbandato ripulito, dopo anni di vita di strada che l’avevano segnato nella psiche e nel fisico, un talento grandioso sprecato da un carattere complesso e iracondo, nonché da un’indole indulgente agli abusi. Parlava sbiascicando le parole, tenendo la sigaretta tra le mani nodose e callose, gli occhi vacui d’un blu intenso si perdevano nelle sue fantasie personali. L’interrogatorio durò più del previsto ma al Commissario tornò utile per mettere a posto i tasselli mancanti e scoprire che il pittore e il gallerista erano stati amanti fino a pochi mesi prima.

Il caso era complesso e con molti attori in scena. La vittima, un prestigioso critico d’arte omosessuale che si era innamorato di uno sbandato di strada e ne aveva esaltata l’arte fino a trasformarlo in uno dei più ambiti artisti contemporanei italiani. L’artista suo amante, che dopo aver ricevuto fama e guadagni dalla sua opera, aveva rinnegato l’amato e lo aveva, infine, accusato di furto ai suoi danni. Il socio francese che sarebbe diventato unico proprietario della famosa galleria d’arte. La bella sposa, burattino di una messinscena ipocrita per un pubblico borghese, che avrebbe ereditato l’intero patrimonio del marito…

Quando il Procuratore convalidò l’arresto dell’assassino, Diamanti era fuori dalla caserma a fumarsi una sigaretta, si voltò e lo vide uscire con le manette ai polsi, scortato dalla polizia.

Martin Lefevre aveva perso la sua saccenza ed era una maschera irriconoscibile di disperazione. Furono ritrovate le tele rubate che Lefevre aveva ingegnosamente occultato. L’uomo era stato astuto a spostare i sospetti sull’artista dalla vita dissoluta, quest’ultimo anche se per poco era risultato l’attore perfetto per la parte del perdente.

Ma molte cose non si sarebbero concluse ora: presto le cronache avrebbero riportato nuovi sviluppi della storia. La bella vedova avrebbe dato battaglia legale per ottenere i diritti sulla galleria. L’artista Berni avrebbe portato i libri contabili della società in Tribunale per ottenere i soldi a lui sottratti. Il triste gioco degli avidi. Gente che comunque Diamanti non sentiva peggiore di sé, perché la parte oscura di quelle anime albergava anche dentro di lui.

Uomini fatti di ombre, uomini persi.

Lasciandosi indietro quest’ultimo pensiero, il Commissario chiuse la portiera dell’auto e partì verso casa sua, i fari puntati nel buio della notte.

 

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