[racconti brevi] – Un segreto custodito tra i flutti

Questo racconto partecipa alle Olimpiadi Letterarie di mEEtale, nel contest “Storie illustrate con varianti”. Le immagini usate per la narrazione sono: 1) sirena e 2) cimitero.

Ecco il racconto…


segreto custoditoUN SEGRETO CUSTODITO TRA I FLUTTI

di Loriana Lucciarini

Ho un segreto custodito per mezzo secolo, che oggi ho deciso di svelare. Lo faccio qui su questo diario, che per anni ha raccolto le mie memorie. Scriverlo è più facile per me, piuttosto che confessarlo ad alta voce, magari davanti agli sguardi attoniti degli altri.

L’evento che ha cambiato tutta la mia vita è stato quel viaggio fatidico sul Titanic. Io all’epoca ero poco più che una bambina, uno scricciolo di sette anni entusiasta di tutto, piena di vitalità e curiosità per le cose del mondo. I miei, facoltosi esponenti della buona società londinese, avevano da tempo programmato quella crociera e scelto proprio il Titanic, l’ultimo gioiello della White Star Lines, per quel nostro viaggio. Il transatlantico, che i più chiamavano inaffondabile, era considerato un capolavoro dell’ingegneria navale. All’interno vi erano allestimenti da sogno: bellissime suite, arredate con sfarzo, numerose sale elegantemente allestite: il salone di prua, decorato con pannelli di quercia, la sala di scrittura e di lettura, paradiso per le signore in raffinato stile georgiano dalle alte colonne e poi la sala fumatori, regno degli uomini soprattutto nel dopocena, dalle grandi vetrate colorate. Vi erano poi un ristorante a la carte, il caffè Parisienne con il suo arredamento esotico, il bagno turco di stile moresco e il bellissimo salone centrale. Oltre a questo c’era una piscina coperta sul ponte, una palestra e addirittura un campo di squash!

La suggestiva reception ci accolse in tutto il suo splendore. Io ero catturata da tanta bellezza e continuavo a osservare tutto con estrema attenzione. Quando, la prima sera, scendemmo dal grande scalone di prima classe, un trionfo di raffinatezza, io mi sentii quasi una regina, nel mio elegante abito verde e i capelli agghindati con nastrini dello stesso colore. Il salone principale era sfavillante di luci e colori, un’orchestra suonava una dolce melodia in onore dei viaggiatori. Era il 10 aprile 1912 ed eravamo già in alto mare, partiti alla volta di New York. Com’ero emozionata! Guardavo mio padre e mia madre ballare felici, lui aitante e lei radiosa e sognavo il momento in cui anche io avessi potuto provare la stessa emozione, la stessa intensa felicità che leggevo nei loro occhi scintillanti.

Nei giorni seguenti mi trovai a scrutare la vastità dell’Oceano attorno a me, immaginando l’emozione provata quando avremmo avvistato la terra d’America. New York era sempre più vicina e questo pensiero mi emozionava, così fingevo di scorgerne all’orizzonte la sagoma, anche se sapevo perfettamente che era solo la mia fantasia a generare quelle visioni, perché di fronte a me c’era solo un’ampia, estesa, infinita distesa d’acqua.

Poi arrivò quella cheta notte stellata del 14 aprile, fatta di mare calmo e cielo pieno di astri luminosi, quasi un dono del destino, che aveva disposto per noi ore seguenti di morte e disperazione. Proprio nel momento di passaggio tra la fine di un giorno e l’inizio dell’altro, la vita di tutti noi cambiò. La nave urtò un gigantesco iceberg e venne colpita in modo fatale: il suo ventre si squarciò ed essa iniziò inesorabilmente la sua danza dentro gli abissi dell’Oceano. Quando fu chiaro che non c’era speranza furono lanciati segnali di soccorso alle navi vicine e vennero messe in mare delle scialuppe. Ma i minuti inesorabilmente passavano e la nave velocemente s’inabissava. In meno di due ore i flutti dell’Atlantico avrebbero reclamato i propri diritti su quel gigante d’acciaio che prima s’atteggiava a padrone del mare.

Io di quella terribile notte ho solo immagini confuse, alterate dalla paura e dal dolore. Ricordo i primi suoni della sirena e l’ansia di mia madre che mi trascinò con sé fuori dalla stanza, mentre già l’acqua allagava i corridoi. Ricordo l’abbraccio forte di mio padre che ebbe il potere di calmarmi e farmi sentire sicura. Rimanemmo assieme agli altri passeggeri sul ponte in attesa di prendere posto sulle scialuppe di salvataggio. Tra noi, nonostante il dramma, regnava un silenzio spettrale.

Ma improvvisamente la situazione precipitò: la nave, dopo essersi sollevata verticalmente, emise dei lamenti terribili e lancinanti e, spezzandosi in due, si squarciò. La parte inferiore discese nell’abisso marino, l’altra si inclinò ergendosi verso il cielo e innalzandosi tra i flutti di oltre 80 metri; poi iniziò a inclinarsi verso l’acqua e tutto quello che vi era dentro precipitò in mare aperto. Anche i miei genitori. Li vidi scivolare tra i flutti e li persi tra le onde, in quel buio fatto di ombre e sciabordio d’acqua. Di quegli attimi ricordo solo lo sguardo di mio padre, pochi istanti prima di venire inghiottito in quel baratro di acqua e ghiaccio, appena dopo aver terminato di legarmi con una corda al parapetto; l’ultimo gesto d’amore e protezione verso la sua bambina, che tanto amava. Ma non bastò.

Andai giù negli abissi di quel freddo Oceano e dissi la mia ultima disperata preghiera. Le mie lacrime si confusero con l’acqua del mare; piansi per i miei genitori, per il futuro che avevo immaginato e per tutti quei sogni che non si sarebbero mai avverati. Avrei voluto gridare che meritavo un’altra esistenza, un altro futuro, un’altra vita.

Ad un tratto il guizzo di luce di un piccolo frammento di colore iridescente spezzò l’oscurità di quel nero vischioso. Dall’oblò accanto a me vidi distintamente il viso di una giovane donna. Aveva i capelli rossi che ondeggiavano tra le onde e mi sorrideva attraverso il vetro. In quel sorriso gentile non c’era traccia della paura che avevo vista dipinta negli occhi di tutti gli altri attorno a me. Lei mi raggiunse, slegò le corde che mi tenevano legata alla nave, mi afferrò e, tenendomi stretta, risalì veloce verso la superficie del mare; infine mi depose su un pezzo di legno che galleggiava vicino a una scialuppa di superstiti. Io la guardai trasognata e non dissi una parola. Era bellissima, i capelli cosparsi da piccole gemme trasparenti, la lunga coda squamata iridescente e le piccole branchie sembravano velo d’organza sul suo collo. La splendida creatura mi regalò un altro sorriso, che sembrò competere con le stelle luminose della volta celeste sopra di noi, poi lanciandomi un bacio delicato portato dal vento e dalla spuma del mare, fece uno strano suono che richiamò i marinai della barca a me vicina; infine scomparve rapida negli abissi dell’Atlantico.

Venni issata sulla scialuppa e combattei con il freddo e la paura per molte ore, finché non arrivarono i soccorsi.

L’alba del nuovo giorno ci portò la luce della speranza e questa aveva il nome di una nave, il Carpathia.

Sulla nave fummo finalmente rifocillati e rincuorati dai marinai in servizio. Attorno a noi solerzia agitazione e sconforto. Funzionari della marina stilarono il numero provvisorio della tragedia: delle 3.023 persone presenti sul Titanic solo 706 furono i superstiti e solo 6 furono quelle salvate tra i flutti del mare. Solo 6 tra cui io. Io, Elizabeth Wellington, la bambina salvata dalla sirena!

Eppure, quando la giovane e dolce infermiera venne ad accertarsi delle mie condizioni di salute e provai a raccontarle ciò che era davvero accaduto, lei non mi credette. Non mi credette neanche il dottore, qualche giorno dopo. Neanche zia Charlotte, mi credette, quando glielo raccontai dopo che andai a vivere nella sua casa. Quella sera infatti lei, con gli occhi commossi e il sorriso cheto, abbracciandomi mi disse che sicuramente mi aveva salvato un angelo, non una sirena. E allora ripensai al giorno dei funerali dei miei genitori, nel vecchio cimitero di Southampton. Lì al colmo del dolore alzai gli occhi al cielo e, in quell’istante, incrociai lo sguardo di pietra delle statue delle tombe vicine; erano angeli dalle lacrime scolpite. E, fra di loro, riconobbi il viso della mia sirena, che però non aveva la coda ma due splendide ali. Era stata lei, il mio splendido angelo custode, a salvarmi. Scesa dal cielo e trasformatasi in sirena per soccorrermi tra i flutti di quel gelido mare.

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